Adagiato sul crinale più alto della collina che domina il cuore di Vienna, il Belvedere Superiore (Oberes Belvedere) rappresenta la quintessenza dell'ambizione imperiale asburgica e della genialità artistica mitteleuropea. Concepito non come residenza privata ordinaria, bensì come sontuoso padiglione di rappresentanza e festa, questo capolavoro del Barocco internazionale è oggi una delle istituzioni museali più prestigiose al mondo. Varcare le sue porte non significa soltanto ammirare la più grande collezione esistente di dipinti su tela di Gustav Klimt — tra cui l'iconico Il Bacio —, ma intraprendere un viaggio straordinario che attraversa otto secoli di storia dell'arte, dal Medioevo gotico fino alle inquietudini dell'Espressionismo viennese.
La genesi del complesso è indissolubilmente legata alla leggendaria figura del principe Eugenio di Savoia (Prinz Eugen von Savoyen), comandante supremo delle armate imperiali ed eroe delle guerre contro l'Impero Ottomano. Ricchissimo e raffinato mecenate, il principe affidò l'incarico della sua residenza estiva all'architetto di corte Johann Lukas von Hildebrandt, il quale completò il Belvedere Superiore nel 1723.
L'architettura del palazzo è un compendio di virtuosismi scenografici: le coperture in rame verde a cupola ricordano la foggia delle tende degli accampamenti militari turchi, un sottile omaggio propagandistico alle vittorie del principe. All'interno, la transizione dal giardino all'edificio avviene attraverso la suggestiva Sala Terrena, dove quattro imponenti giganti in stucco (Telamoni) sembrano flettere i muscoli per sostenere il peso monumentale del piano nobile.
Il palazzo non è soltanto custode di capolavori, ma teatro vivente della storia europea: nella maestosa Sala dei Marmi (Marmorsaal), decorata con affreschi a trompe-l'œil di Carlo Innocenzo Carlone, il 15 maggio 1955 i ministri degli esteri di Austria, Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia firmarono il celebre Trattato di Stato austriaco (Österreichischer Staatsvertrag). Dal balcone che si affaccia sulla città, l'allora ministro Leopold Figl sventolò il documento siglato pronunciando le parole entrate nella memoria collettiva: «Österreich ist frei!» («L'Austria è libera!»).
La collezione permanente dell'Oberes Belvedere è un itinerario museale denso ed emozionante, dove ogni sala riserva incontri memorabili con pietre miliari della pittura e della scultura:
Il museo ospita ben 24 opere del padre della Secessione Viennese. Il fulcro assoluto è Il Bacio (Der Kuss, 1908/09), manifesto universale dell'amore in cui le figure dei due amanti, avvolte da una corazza bidimensionale in foglia d'oro e motivi geometrici, fondono sacro e profano. A poca distanza brilla la provocante Giuditta I (1901), prima opera in cui Klimt inserì l'oro massiccio, trasformando l'eroina biblica nell'archetipo moderno della femme fatale della Vienna Fin de Siècle.
In netto contrasto con l'estetica preziosa di Klimt, il Belvedere custodisce le tele psicologiche e tormentate di Egon Schiele. Spicca il celebre La morte e la fanciulla (Tod und Mädchen, 1915), riflesso dell'addio straziante alla modella e musa Wally Neuzil, oltre a ritratti e nudi caratterizzati da un tratto tagliente e viscerale. Accanto a Schiele, i dipinti visionari e materici di Oskar Kokoschka documentano la transizione verso una modernità inquieta.
Tra le sculture barocche più bizzarre e affascinanti d'Europa vi sono i busti in metallo e alabastro dello scultore settecentesco Franz Xaver Messerschmidt (Charakterköpfe). L'artista, afflitto da turbe psichiche e allucinazioni, plasmò decine di autoritratti con smorfie estreme, sguardi stralunati e labbra serrate, anticipando con duecento anni d'anticipo le ricerche sull'inconscio di Sigmund Freud.
Nelle sale dedicate all'Ottocento spicca una delle versioni più celebri del Napoleone che valica le Alpi di Jacques-Louis David, icona della propaganda bonapartista, affiancata dai sublimi paesaggi mistici del romanticismo tedesco di Caspar David Friedrich e dai ritratti minuziosi dell'epoca Biedermeier firmati da Ferdinand Georg Waldmüller.