Nel pantheon delle leggende popolari viennesi non esiste figura più amata, cantata e identitaria di quella del Caro Augustin (Der liebe Augustin). Celebrato sia nello storico Monumento-Fontana ad Augustin (Augustinbrunnen) all'angolo tra la Neustiftgasse e la Kellermanngasse, sia nella celebre cripta a cielo aperto presso lo storico ristorante Griechenbeisl nel cuore della città medievale, questo personaggio incarna l'essenza stessa dello spirito viennese: il cosiddetto Wiener Schmäh, quell'incredibile capacità di rispondere alle tragedie e alla morte con il sorriso, la beffa, la musica e un bicchiere di buon vino.
Menestrello errante, suonatore di cornamusa e cantastorie, Marx Augustin (1643–1685) visse durante uno dei periodi più oscuri e strazianti della storia asburgica: la devastante Grande Peste di Vienna del 1679 (Große Pestepidemie), che decimò oltre un terzo della popolazione sotto il regno dell'imperatore Leopoldo I. La sua rocambolesca sopravvivenza non solo diede vita alla celeberrima canzonetta popolare "O du lieber Augustin, alles ist hin!" ("Oh mio caro Augustin, tutto è perduto!"), ma rese la sua figura il simbolo eterno della vittoria della vita sulla disperazione.
La leggenda del Caro Augustin è intessuta di realtà storica e folklore locale. Si racconta che una sera del 1679, Augustin avesse suonato fino a notte fonda nelle taverne cittadine – in particolare nella storica locanda al Fleischmarkt nota oggi come Griechenbeisl –, esorcizzando con le sue rime allegre la paura del contagio. Ubriaco fradicio di vino austriaco, sulla strada del ritorno il suonatore crollò a terra privo di sensi in un vicolo buio.
I becchini comunali (Siechenknechte), incaricati di raccogliere le vittime del morbo per la sepoltura immediata, lo scambiarono per un cadavere e lo caricarono sul carro della morte, gettandolo senza troppi complimenti in una gigantesca fossa comune di appestati all'esterno delle mura, nei pressi della parrocchia di Sankt Ulrich (nell'odierno 7° Distretto). La mattina seguente, smaltita la sbornia, Augustin si risvegliò circondato dai corpi esanimi: non potendo arrampicarsi sulle pareti ripide della fossa, imbracciò la sua inseparabile cornamusa (Dudelsack) e iniziò a suonare arie spensierate. I cittadini accorsi udirono la musica provenire dal terreno e lo tirarono fuori increduli: non solo era vivo, ma non contrasse mai il letale batterio della peste, sostenendo ironicamente che l'alcol ingerito lo avesse interamente disinfettato dal contagio.
La memoria di questo evento si è tradotta a Vienna in due tappe scultoree imperdibili:
Raggiungendo la fontana-monumento nel quartiere di Neubau si possono apprezzare elementi scultorei ed evocativi carichi di significato:
La scultura ritrae Augustin seduto su una colonna ottagonale in pietra, intento a suonare con brio la sua cornamusa medievale. L'espressione del volto è sbarazzina e serena, i vestiti ricalcano la moda popolare del XVII secolo e la posa disinvolta evoca l'atteggiamento di chi ha saputo guardare negli occhi la morte senza smettere di suonare.
L'acqua sgorga da cannelle metalliche riversandosi nel bacino inferiore, simboleggiando la purezza della vita e della guarigione in contrasto con le acque infette e il miasma che un tempo caratterizzavano le epidemie della città.
Il basamento reca incisi i celebri versi dialettali viennesi che ricordano come la musica, la satira e il buonumore siano l'antidoto migliore contro qualsiasi sciagura terrena, trasformando un semplice arredo urbano in un monumento alla memoria collettiva.