Nel cuore nobile della capitale, all'incrocio tra la monumentale terrazza dell'Albertina e il teatro della Wiener Staatsoper, sorge uno dei complessi scultorei più potenti, discussi e viscerali d'Europa: il Memoriale Contro la Guerra e il Fascismo (Mahnmal gegen Krieg und Faschismus). Collocato nell'odierna Helmut-Zilk-Platz (storicamente parte di Albertinaplatz), questo vasto monumento a cielo aperto è un pugno nello stomaco inferto all'oblio collettivo, un'opera d'arte pubblica che rompe la consueta cornice dorata della Vienna asburgica per costringere cittadini e viaggiatori a fare i conti con la pagina più buia del Novecento austriaco.
Voluto dalla municipalità di Vienna durante l'"Anno della Memoria" (Bedenkjahr 1988), a cinquant'anni esatti dall'annessione dell'Austria al Terzo Reich (l'Anschluss del 1938), il memoriale fu commissionato a uno dei più celebri e provocatori maestri dell'arte austriaca contemporanea, lo scultore Alfred Hrdlicka. Visitare questo luogo non significa semplicemente osservare un'opera scultorea: significa calpestare un suolo sacro e comprendere la coraggiosa transizione con cui l'Austria ha abbandonato la comoda tesi di essere stata la "prima vittima" di Hitler, riconoscendo apertamente le proprie colpe e responsabilità storiche.
Il luogo scelto per l'installazione del memoriale non è casuale, ma intriso di un tragico simbolismo. Fino alla primavera del 1945, qui sorgeva il maestoso Philipphof, un imponente palazzo nobiliare d'epoca ringstradiana. Il 12 marzo 1945, durante un devastante bombardamento alleato su Vienna, l'edificio venne centrato in pieno e collassò sui suoi stessi sotterranei, utilizzati come rifugio antiaereo da centinaia di residenti e sfollati. Tra le macerie perirono oltre duecento persone, i cui corpi non poterono mai essere estratti: l'area fu dichiarata tomba comune e il palazzo raso al suolo, lasciando un vuoto urbano trasformato poi in spazio della memoria.
Hrdlicka concepì l'opera rifiutando ogni forma di monumentalità retorica o consolatoria. Per plasmare le gigantesche colonne d'accesso, l'artista pretese blocchi di autentico granito di Mauthausen, cavato proprio nella famigerata cava di pietra del campo di concentramento (il Wiener Graben), dove decine di migliaia di prigionieri erano stati costretti ai lavori forzati e sterminati lungo la celebre "Scala della Morte". La materia stessa del monumento trasuda così il sangue e la fatica delle vittime del nazionalsocialismo.
La scultura in bronzo che ritrae un anziano ebreo prostrato a terra fu al centro di uno degli scandali più amari della Vienna contemporanea. L'opera ricorda le infamanti Reibpartien ("sessioni di sfregamento") del marzo 1938, quando la folla viennese e i drappelli delle SA costrinsero medici, avvocati, commercianti e anziani ebrei a pulire i selciati della città in ginocchio, usando spazzolini da denti o le proprie mani nude per cancellare gli slogan pro-austriaci dipinti prima dell'invasione.
Nei primi mesi dopo l'inaugurazione, ignari turisti o passanti irrispettosi iniziarono a sedersi sulla schiena della scultura di bronzo per riposarsi o scattare fotografie goliardiche. Di fronte a questo oltraggio, nel 1991 Alfred Hrdlicka intervenne personalmente aggiungendo sulla schiena della statua un fitto reticolato di autentico filo spinato in ferro (Stacheldraht): un gesto d'urto artistico che rese fisicamente impossibile e doloroso qualsiasi contatto inappropriato con la memoria della vittima.
Il monumento si articola come un percorso simbolico scandito da quattro stazioni narrative successive, ideate per essere attraversate a piedi: