Nel cuore acciottolato del pittoresco Servitenviertel, uno degli angoli più bohémien e suggestivi del nono distretto di Vienna, i passi dei passanti rallentano improvvisamente davanti a una ferita luminosa aperta nel marciapiede: il memoriale Le Chiavi dell'Oblio (Schlüssel gegen das Vergessen, letteralmente "Chiavi contro l'oblio"). Quest'opera d'arte pubblica concettuale, incastonata a raso terra all'angolo tra Servitengasse e Grünentorgasse, rappresenta una delle testimonianze civili e storiche più intime e commoventi della capitale austriaca.
Mentre i grandi memoriali monumentali della città, come quello sulla Judenplatz, si impongono con solennità architettonica, le Chiavi dell'Oblio scelgono la forza disarmante degli oggetti quotidiani. Custodite sotto una spessa lastra di vetro calpestabile, centinaia di chiavi metalliche dotate di targhetta nominativa ricordano ai visitatori che dietro la tragedia della Shoah a Vienna non ci sono soltanto numeri astratti, ma case strappate, botteghe espropriate e vite spezzate nel tessuto vivo di questo quartiere.
Fino al marzo del 1938, l'elegante rione borghese dell'Alsergrund (il distretto in cui visse anche Sigmund Freud nella vicina Berggasse) ospitava la seconda più grande comunità ebraica di Vienna dopo la Leopoldstadt. La sola Servitengasse era un brulicare di vita comunitaria e commerciale: su 111 negozi e aziende registrate nella via, ben 61 erano a conduzione ebraica, e la metà esatta dei residenti apparteneva alla comunità israelitica.
Con l'annessione dell'Austria al Terzo Reich (l'Anschluss), l'ondata di antisemitismo travolse il quartiere con inaudita violenza burocratica: 12 dei 24 palazzi della via vennero requisiti e sottoposti ad arianizzazione forzata (Arisierung), decine di famiglie vennero sfrattate in poche ore e 133 residenti finirono deportati nei campi di sterminio (soltanto cinque di loro sopravvissero all'orrore dei lager).
Nel 2004, gli abitanti e i commercianti del quartiere decisero di non lasciare cadere nel silenzio il passato della propria strada, fondando l'associazione civica Verein Servitengasse 1938. In collaborazione con la prestigiosa Universität für angewandte Kunst Wien (l'Università di Arti Applicate), venne bandito un concorso artistico internazionale per realizzare un'opera commemorativa permanente sulla piazza. A vincere fu il progetto ideato dalla giovane artista austriaca Julia Schulz.
Inaugurato con immensa commozione l'8 aprile 2008 alla presenza degli ultimi testimoni scampati ai rastrellamenti e giunti a Vienna dall'esilio, il monumento si compone di una teca orizzontale in vetro e acciaio a filo di selciato, all'interno della quale riposano 462 chiavi originali, ciascuna associata a una placchetta in smalto bianco con inciso il nome e il cognome di ogni singolo residente o commerciante ebreo espulso da quella via.
La chiave è un simbolo universale dal valore emotivo devastante: rappresenta l'intimità domestica, la soglia invalicabile della propria casa, la sicurezza degli affetti e la speranza tenace di poter tornare a riaprire la propria porta. Come ha ricordato l'autrice dell'installazione, togliere a un essere umano le chiavi di casa significa privarlo della propria dignità, della propria identità e del proprio rifugio nel mondo.
La visita a questa installazione invita al raccoglimento e alla scoperta dei dettagli che legano l'opera al suo contesto urbano: