Nel cuore pulsante di Vienna, a pochi passi dall'incanto dorato della Secessione e dalle armonie del Musikverein, sorge uno dei templi indiscussi della cultura mitteleuropea: il Café Museum (Café Museum). Non un semplice locale, ma un vero e proprio salotto intellettuale che sul finire dell'Ottocento ha ridefinito il concetto stesso di modernismo estetico. Varcare le sue porte significa addentrarsi nello spazio in cui le menti più rivoluzionarie della Wiener Moderne si davano appuntamento per ridisegnare l'arte, la letteratura e la musica del Novecento.
Riconosciuto come monumento vivo della tipica Wiener Kaffeehauskultur (la cultura dei caffè viennesi tutelata dall'UNESCO), il Café Museum custodisce tra i suoi tavolini un'eredità storica senza eguali, dove l'aroma del caffè tostato si fonde con le dispute filosofiche e le tracce lasciate da giganti quali Gustav Klimt, Egon Schiele e Adolf Loos.
Inaugurato nella primavera del 1899 per volere di Ferdinand Rainer nell'elegante edificio d'angolo progettato da Otto Thienemann, il Café Museum deve la sua leggenda alla visione di un allora giovanissimo architetto: Adolf Loos. Raccomandato dal collega Max Fabiani, Loos ottenne qui il suo primo incarico d'interni a Vienna. In un'epoca dominata dal tripudio di stucchi dorati, specchi opulenti e pesanti velluti dello storicismo imperiale della Ringstraße, l'architetto compì una rottura radicale.
Anticipando di quasi un decennio i principi del suo celebre saggio Ornamento e delitto (Ornament und Verbrechen), Loos spogliò il caffè di ogni orpello superfluo: pareti lisce tinteggiate di un verde tenue, canaline e tubi di ottone a vista, specchi non incorniciati, tavoli con piani di marmo bianco e le celeberrime sedie in legno curvato prodotte da Thonet (il modello n. 30, disegnato appositamente per il locale). La società viennese più conservatrice restò sconvolta da tale purezza geometrica e funzionale, ribattezzando sprezzantemente il locale «Café Nihilismus» (Caffè Nichilismo).
Ciò che i critici borghesi disprezzavano divenne tuttavia irresistibile per l'avanguardia. Il caffè divenne il quartier generale non ufficiale del gruppo secessionista: Gustav Klimt vi si rifugiava per schizzare bozzetti, Egon Schiele e Oskar Kokoschka vi tenevano animate discussioni artistiche, mentre pensatori come Karl Kraus e lo scrittore bohémien Peter Altenberg vi trascorrevano intere giornate trasformando i tavolini nel proprio recapito postale.
Nel 1931 gli interni conobbero una svolta decisiva: l'architetto Josef Zotti, allievo di Josef Hoffmann, riprogettò gli spazi ammorbidendo il rigore loosiano. Zotti introdusse le iconiche sedute semicircolari a pozzetto imbottite in velluto rosso granata e caratteristiche lampade sferiche cromate sospese a soffitto, conferendo al locale un'irresistibile atmosfera Gemütlichkeit. Dopo un tentativo filologico nel 2003 di ripristinare il freddo minimalismo originale di Loos — accolto con poco calore dagli habitué abituati al comfort viennese — nel 2010 la celebre dinastia di ristoratori Querfeld ha restaurato il design anni '30 firmato da Zotti, riportando il caffè al suo massimo splendore armonico tra avanguardia e calda accoglienza.