Nel cuore pulsante del 5° distretto di Vienna, lontano dai circuiti turistici più battuti ma intriso di straordinaria memoria storica, si erge la Chiesa Parrocchiale di San Giuseppe (Pfarrkirche St. Josef zu Margareten, nota storicamente anche come Sonnenhofkirche). Questa elegante perla tardobarocca non è soltanto un luogo di culto di grande dignità architettonica, ma un crocevia formidabile tra la carità imperiale asburgica e l'Olimpo della storia della musica. Fu infatti qui che il 21 novembre 1828 si svolse la solenne cerimonia funebre di Franz Schubert, spentosi a soli trentuno anni a pochi passi di distanza, consacrando questo tempio a santuario prediletto dagli amanti dell'arte e della musica classica viennese.
Le origini della chiesa affondano le radici nell'antico complesso rurale del Sonnenhof, acquisito dalla municipalità viennese nel 1740 e convertito in Armenhaus (ospizio per i bisognosi). Per dare conforto spirituale agli indigenti, tra il 1765 e il 1769 il maestro costruttore viennese Franz Duschinger eresse l'attuale struttura tardobarocca, sorta al posto di una modesta cappella lignea. L'edificio fu solennemente consacrato il 28 aprile 1771 in un evento di eccezionale rilievo pubblico: alla cerimonia presenziarono infatti l'imperatrice Maria Teresa d'Austria, il figlio e co-reggente Giuseppe II e il principe arcivescovo Christoph Anton Migazzi.
Nel 1783, nell'ambito delle radicali riforme ecclesiastiche del Giuseppinismo, la chiesa fu ufficialmente elevata al rango di parrocchia. A imperitura memoria della sua vocazione assistenziale, sopra il portale d'accesso campeggia un'iscrizione commovente e austera: «Den Armen zum Trost – Den Reichen zur Mahnung – Allen zum Heile» ("Ai poveri per consolazione, ai ricchi per monito, a tutti per salvezza"). Nel corso del Novecento la facciata fu completata con la caratteristica torre a bulbo (1903) progettata in stile neobarocco e l'aula liturgica venne ampliata, preservando tuttavia la luminosa sacralità dei suoi volumi settecenteschi.
Subito a destra dell'ingresso principale, una raffinata lapide bronzea con altorilievo dello scultore Robert Ullmann (inaugurata nel 1928 dal Wiener Schubertbund per il centenario della scomparsa) ricorda la benedizione della salma del compositore. Schubert morì il 19 novembre 1828 nell'appartamento del fratello Ferdinand nella vicina Kettenbrückengasse; due giorni dopo, la bara venne portata a spalla in questa navata, dove sotto la direzione del maestro di cappella di Santo Stefano, Johann Baptist Gänsbacher, risuonò il mottetto Pax vobiscum prima della sepoltura al cimitero di Währing accanto a Beethoven.
Affacciato sulla cantoria settecentesca troneggia uno strumento di valore inestimabile: l'organo costruito nel 1820 dal maestro organaro Jacob Deutschmann, uno dei massimi esponenti dell'arte organaria del periodo Biedermeier viennese. Ricostruito magistralmente in base ai criteri storici originali dall'organaro Gerhard Hradetzky, vanta oltre 1.000 canne e una rara cassa lignea decorata con marmorizzazione a olio fatta a mano. La sua timbrica calda e poetica risuona oggi esattamente come ai tempi in cui Schubert stesso ne ascoltava le note.
All'interno, gli altari laterali e l'impianto presbiteriale riflettono i disegni del celebre architetto di corte Johann Ferdinand Hetzendorf von Hohenberg (l'illustre artefice della Gloriette nei giardini di Schönbrunn e del monumento funebre di Maria Cristina all'Augustinerkirche). L'equilibrio tra la grazia del tardobarocco e la severa nobiltà del primo neoclassicismo asburgico conferisce all'abside una luce ariosa e solenne.
Prima di entrare, dedicate qualche minuto alle statue in pietra arenaria che vegliano sull'antistante sagrato. Risalenti al secondo quarto del XVIII secolo, raffigurano i santi Stefano, Sebastiano, Rocco e Giovanni Nepomuceno, affiancati da una statua di Santa Margherita d'Antiochia. Queste sculture barocche ornavano originariamente l'antica cappella daziaria lungo la linea esterna delle fortificazioni (Linienwall) e furono traslate qui a protezione simbolica del quartiere.