Passeggiando lungo l'aristocratica Herrengasse, l'arteria che per secoli ha ospitato il cuore pulsante del potere nobiliare asburgico, ci si imbatte in uno dei complessi barocchi più emblematici e stratificati del centro storico: il Palazzo Batthyány (noto in tedesco come Palais Batthyány o Palais Batthyány-Strattmann). Questa straordinaria residenza nobiliare racconta, attraverso i suoi capitelli scolpiti e le sue facciate monumentali, l'epoca dorata della nobiltà ungherese e austriaca, intrecciando la grandezza dell'architettura barocca con gli enigmi più affascinanti della corte imperiale.
Simbolo della fusione tra le grandi casate dell'Impero, Palazzo Batthyány non è soltanto un capolavoro architettonico incastonato all'angolo tra Herrengasse e Bankgasse: è stato teatro di amori leggendari, circoli culturali esclusivi, complessi interventi di ingegneria urbanistica settecentesca e clamorosi casi di spionaggio internazionale che scossero le fondamenta stesse della monarchia austro-ungarica.
L'area su cui sorge il palazzo vanta radici antichissime, ma la sua svolta monumentale avvenne tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento. In origine, il lotto ospitava tre distinti edifici, tra cui l'antico palazzo dei conti Orsini-Rosenberg. Nel 1718 l'intero complesso fu acquistato da una delle donne più affascinanti, influenti e colte della Vienna imperiale: la contessa Eleonore Batthyány-Strattmann, figlia del cancelliere di corte Theodor von Strattmann e vedova del feldmaresciallo conte Adam Batthyány.
Celebre nei salotti viennesi con il vezzeggiativo di „Die schöne Lori“ ("La bella Lori"), la contessa fu la fidata consigliera e inseparabile amica intima del leggendario condottiero Principe Eugenio di Savoia. Negli appartamenti di questo palazzo, Eugenio trascorreva le sue serate a giocare a carte – celeberrime le loro partite a whist, gioco appena importato dalla Gran Bretagna – e a discutere dei delicati equilibri geopolitici d'Europa.
Per conferire un volto unitario a una struttura formata da corpi edilizi preesistenti, la contessa ingaggiò uno dei più richiesti architetti del barocco viennese: Christian Alexander Oedtl. Ispirandosi alle linee monumentali di Johann Bernhard Fischer von Erlach, Oedtl compì un'autentica prodezza architettonica: armonizzò i prospetti eterogenei tra Herrengasse e Bankgasse, unificandoli con un possente zoccolo bugnato inferiore, cornici marcapiano e raffinate alternanze di timpani curvi e triangolari sulle finestre del piano nobile. Il risultato fu una facciata severa ma regale, tipica del primo barocco civile austriaco.
Tra gli aneddoti più celebri legati al palazzo figura una drammatica vicenda del primo Novecento. Nella seconda metà dell'Ottocento, una porzione del complesso (l'ex Palais Orsini-Rosenberg su Herrengasse) venne trasformata nel rinomato Hotel Klomser. Fu proprio tra queste mura che nel maggio del 1913 si consumò il tragico epilogo dell'Affare Redl.
Il colonnello Alfred Redl, figura di spicco del controspionaggio dell'esercito austro-ungarico, venne smascherato come spia al soldo dell'Impero russo. Raggiunto in camera dagli ufficiali dello Stato Maggiore imperiale, gli venne lasciata una pistola con cui togliersi la vita per evitare il disonore pubblico alla Corona. L'episodio, che ispirò celebri opere letterarie e cinematografiche, resta uno dei più celebri intrighi di intelligence prima dello scoppio della Grande Guerra.